Marco è una persona gentile, intelligente, forse timida; con un passato di acrobata, forte, coraggioso, forse irresponsabile. Nei suoi vasi e in tutto il suo lavoro di designer vi è qualcosa che sfugge alle tradizionali classificazioni, perché si muove in un mondo complesso, contraddittorio, ma di alto livello poetico. 

 

Per questo motivo ognuno dei suoi oggetti rappresenta un universo a parte, che sorprende e convince, e messi tutti insieme costituiscono un arcipelago di scoperte; virtù rara che nasce dall’esplorazione di tecniche, letterarie e costruttive, del tutto originali.

 

Marco appartiene a quella generazione che si muove in uno spazio di invenzioni private, non interessate al mercato ma destinate a soddisfare prima di tutto se stessi, e non considerandosi diverso dagli altri ritiene che anche gli altri gradiscano i suoi doni; di doni infatti si tratta, preziosi e imprevisti, destinati a fornire una sorpresa a chi li guarda; un designer che non possiede questa capacità affettiva forse è meglio che cambi mestiere. 

 

Come un artigiano innamorato Marco De Santi dimostra di essere affascinato dalla vita comune come dai rischi del trapezio.

 

Può volare ma può anche danzare…

Andrea Branzi

Sono diversi anni che lavoro con Marco De Santi al Politecnico di Milano e abbiamo condotto molti laboratori dando continuità all’insegnamento di Andrea Branzi, per il quale il Design si deve occupare dei grandi temi dell’umanità e non solamente della risoluzione dei piccoli problemi quotidiani.

 

I lavori che Marco realizza personalmente rispecchiano a pieno questa attitudine progettuale e dimostrano la sua capacità di trasferire in forme e emozioni lo stato ideologico del nostro momento storico. Non importano i confini disciplinari, si tratti di Design del prodotto o Design degli interni o Arte o Architettura. L’importante è visualizzare la precarietà dei sentimenti soprattutto collettivi, quando cioè non appartengono solo a noi stessi ma sono sentiti dai più.

 

Sono quindi oggetti-installazione realizzati con lo spirito della performance, quando per gli artisti prende valore non solo il risultato finale ma anche la costruzione stessa, processi di accumulo e di composizione spesso molto pazienti, rigorosi, calmi, vagamente ossessivi. Sono oggetti non necessariamente  pratici ma in ogni caso oggetti d’uso, non totalmente decorativi, non totalmente funzionali. Rispondono all’imperativo di non ingombrare lo spazio inutilmente ma dove l’utilità non sta nel fare le cose con meno fatica ma nel capire con maggiore lucidità il significato che vogliamo dare alla nostra esistenza.

Michele De Lucchi

Equilibrio Disequilibrante

Marco De Santi dà forma a incerti accumuli di povere cose come se stesse componendo fiori in un prezioso ikebana giapponese.
Nel suo rituale paziente, calmo e vagamente ossessivo – come lo ha definito Michele De Lucchi - la componente del dramma è perfettamente estranea: riusciamo sempre, nel suo lavoro, a intravedere una luce, sia pure quella di una sottile ironia.
Le sue opere sono come appese a un filo, in equilibrio precario: forse perché Marco ha imparato a trattenere il respiro quando faceva l’acrobata. 
Il debole equilibrio dei suoi manufatti sperimentali non è mai casuale, è invece il risultato di un processo di composizione lungo e controllato.
Come un archeologo che raccoglie frammenti incomprensibili per poi catalogarli attentamente e ricomporli in un insieme finalmente intelleggibile, Marco De Santi, attraverso il suo “fare” , trasforma le macerie del contemporaneo in  quelli che Andrea Branzi definisce “doni preziosi e imprevisti”, figli -e reietti- del tempo precario in cui siamo immersi.
Le sue opere hanno il dono di  farci riflettere sulle problematiche del contemporaneo senza fare troppo rumore: non esplodono mai, magari un giorno potrebbero implodere, collassando silenziosamente, e allora l’eco della loro vibrazione si propagherebbe lontano, lontano, lontano….
Per ora se ne stanno qui, ferme, immobili, trattenendo quasi il respiro, come congelate: tra il bianco, gli specchi, e bagliori fluorescenti.
Anna D’Ambrosio le ha scoperte, ne ha percepito la potenza -nel senso di forza e di potenzialità, assieme-  e le ha volute nel suo spazio.

Francesca Balena Arista

Febbraio 2019